La rottura della faglia del sisma del 28 marzo in Myanmar, è doppia di quella stimata
Analisi successive al sisma di Mw 7.7, stanno evidenziando che la lunghezza della porzione di faglia attivata potrebbe essere molto più lunga di quella ipotizzata inizialmente e che la rottura si sia propagata verso sud con una velocità particolarmente elevata.
A cura di Concetta Nostro, Alessandro Amato e Emanuele Casarotti, INGV.
Il 28 marzo 2025, alle 07:20 ora italiana (12:50 ora locale), un fortissimo terremoto di magnitudo Mw 7.7 ha colpito la regione centrale del Myanmar. L’epicentro è stato localizzato a pochi chilometri a ovest di Mandalay, la seconda città più popolosa del Paese. La rottura lungo la faglia si è propagata in circa 90 secondi e inizialmente, si pensava che avesse attivato una sezione lunga circa 200 km della Sagaing Fault, una delle faglie attive e sismicamente più pericolose del sud-est asiatico. Analisi successive stanno evidenziando che la lunghezza della porzione di faglia attivata potrebbe essere molto più lunga di quella ipotizzata inizialmente e che la rottura si sia propagata verso sud con una velocità particolarmente elevata.
Qui cercheremo di dare informazioni su alcuni dei risultati davvero preliminari ma che potrebbero chiarire alcuni aspetti evidenziati nelle prime ore.
La faglia di Sagaing fa parte del complesso sistema di faglie che corrono in direzione nord-sud nella parte centrale del Myanmar e consentono lo spostamento laterale delle placche Burma (a ovest) e Sonda (a est), con la prima che si sposta verso nord rispetto alla seconda. Il meccanismo focale del terremoto del 28 marzo è congruente con questa cinematica e compatibile con l’attivazione della faglia di Sagaing, una faglia ben nota e abbastanza ben mappata in superficie. Si tratta di una faglia trascorrente lunga circa 1200 km e orientata nord-sud che si estende dal Mare delle Andamane, a sud, all’Himalaya sud-orientale, a nord. Se il movimento relativo fra le due placche citate è stimabile in 35-36 mm/anno (e.g. Socquet et al., 2006), la faglia di Sagaing ne accomoda circa la metà, ovvero circa 20 mm/anno (Tha Zin Htet Tin et al., 2022).
Una domanda a cui stanno cercando di rispondere i sismologi e i geologi in questi giorni è: quanto è lunga la porzione della faglia di Sagaing che si è attivata con il terremoto del 28 marzo? La risposta a questa domanda ha delle importanti implicazioni in termini di estensione del danneggiamento, soprattutto verso il settore meridionale del Myanmar. Sappiamo che per un terremoto forte come quello del 28 marzo la rottura della faglia potrebbe estendersi per una lunghezza da molte decine ad alcune centinaia di chilometri.
Le stime iniziali dello spostamento della faglia sono state calcolate utilizzando solo dati da sismometri lontani. Questi dati hanno consentito di calcolare la magnitudo del terremoto in modo relativamente rapido e accurato, fornendo anche una stima del tempo che ci è voluto perché si verificasse la rottura. Il primo modello di rottura dell’USGS stimava fino a ~5 metri di spostamento su una lunghezza di ~200 chilometri, che andava circa da latitudine ~22,5°N a 20,5°N, con una durata del processo di rottura di circa 90 secondi. Questo numero è coerente con una rottura che si propaga nella crosta a una velocità di ~2 chilometri al secondo (circa sei volte più veloce della velocità del suono nell’aria).
Le analisi sismologiche successive hanno portato ad un secondo modello, il 29 marzo, con spostamenti (slip) fino a ~6,5 metri su una faglia lunga ~350 chilometri ma che non aveva avuto scorrimenti rilevanti lungo tutta la sua superficie.
Ieri sera, 31 marzo, il modello è stato aggiornato grazie ad ulteriori dati disponibili (includendo anche i dati di due stazioni accelerometriche del Myanmar National Seismic Network, MM, https://doi.org/10.7914/SN/MM ed alcuni dati satellitari) e i risultati preliminari suggeriscono una rottura ancora più lunga che raggiunge i 400 km. Le figure successive mostrano la mappa con la traccia della faglia (Fig. 1) e il modello di scorrimento lungo il piano di faglia (Fig. 2), elaborati dall’USGS.


Una lunga rottura “super-shear”?
Da questo modello di scorrimento si osserva come la durata del processo di rottura sia di circa 90 secondi, una stima ragionevolmente concorde con quella che può essere ricavata anche dall’analisi diretta dei sismogrammi.

Combinando la lunghezza della faglia con il tempo totale del processo di rottura, è possibile stimare la velocità della rottura stessa. In questo caso, se la rottura della faglia di Sagaing è di circa 400 km (ipotesi attuale), allora la velocità media della rottura è molto più alta di quella comunemente osservata. Pertanto, se il fronte di rottura dall’ipocentro avesse percorso 350 km in 80 secondi (come si evince dal modello), la sua velocità media sarebbe pari a circa 4,4 km/s. In questo caso, il terremoto del 28 marzo ricadrebbe in una classe speciale di rotture di faglia che sono chiamate eventi supershear. Durante questi eventi, la rottura si propaga lungo il piano di faglia più velocemente delle onde S (shear waves o onde di taglio, meglio note come onde S). Quindi, supershear significa semplicemente più veloce delle onde di taglio.
Proprio come un jet supersonico crea un boom sonico, una rottura supershear crea un’onda d’urto: le aree nella direzione della rottura (in questo caso nella parte meridionale della faglia) saranno colpite simultaneamente da una serie di onde S sovrapposte provenienti da diversi momenti di rottura. Questo genera scuotimenti amplificati e quindi danneggiamenti maggiori.
Sappiamo che il terremoto del Myanmar ha avuto origine a nord, vicino a Mandalay. Per stimare anche solo approssimativamente se una parte significativa della faglia possa essersi rotta in modalità supershear con le relative amplificazioni, è necessario conoscere con maggiore accuratezza quanto sia stata lunga la rottura totale sulla faglia, specialmente verso sud, accuratezza che necessita di dati nei pressi della faglia che al momento non sono disponibili. Maggiori certezze in questo senso potranno venire con la modellazione dei dati satellitari quando saranno disponibili e con i modelli dinamici che valuteranno con maggior precisione la velocità di rottura.
Una rottura lunga il doppio della stima iniziale e l’amplificazione causata da un possibile supershear hanno un’implicazione immediata nella quantificazione dell’impatto sul territorio, in particolare nelle aree a sud della faglia. Ad esempio Bangkok si trova 1000 km a sud dall’epicentro, ma la parte meridionale della frattura è più vicina (circa 600 km). Tuttavia, questo probabilmente non è sufficiente da solo a spiegare i danni avvenuti in questa città. Infatti, è anche possibile che a Bangkok vi siano state amplificazioni causate dagli effetti della geologia locale. Le ampiezze delle onde sismiche in genere aumentano quando le onde attraversano materiali come i sedimenti alluvionali. In alcuni casi, le onde sismiche con lunghezze d’onda specifiche possono risuonare all’interno di un bacino sedimentario e gli edifici con la stessa frequenza di risonanza possono quindi oscillare più del previsto e danneggiarsi. In questo senso possiamo citare ad esempio Città del Messico che nel 1985 subì gravi danni e vittime a causa di un terremoto a 400 km di distanza. La città è, infatti, costruita su un antico bacino lacustre i cui sedimenti tendono ad amplificare la durata e l’ampiezza dello scuotimento.
Qui sono riportati gli eventi sismici localizzati finora dal Euro-Mediterranean Seismological Centre (aggiornamento di oggi 1 aprile alle ore 6:32 UTC).

Ulteriori aggiornamenti su questo terremoto saranno possibili quando si avranno a disposizione altri dati per fare analisi più approfondite.
A cura di Concetta Nostro, Alessandro Amato e Emanuele Casarotti, INGV.