Perché vediamo volti umani o icone religiose anche dove non ci sono?
“Riconoscere” un viso in un paesaggio o in un oggetto inanimato, un fenomeno noto come pareidolia, non è un semplice errore della nostra mente, ma un processo rapidissimo e subconscio, che coinvolge funzioni cognitive cruciali: come dimostra il primo studio che ha analizzato il fenomeno attraverso l’osservazione delle onde cerebrali
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Riconoscere i tratti di un viso in un oggetto o un’immagine non umana è un processo rapidissimo, dura appena un decimo di secondo, e coinvolge l’elaborazione visiva primaria nel cervello. Non è perciò una semplice illusione, ma un meccanismo che coinvolge processi cognitivi cruciali. È quanto è emerso da uno studio pubblicato su “Frontiers in Human Neuroscience” da Yuji Nihei e colleghi del Toyohashi University of Technology, in Giappone.

Il riconoscimento dei visi è una capacità specifica del nostro cervello che si è strutturata nel corso dell’evoluzione in quanto essenziale per la sopravvivenza.
Come si legge nello studio, l’elaborazione visiva del volto umano è divisa in tre fasi: la prima consiste in un’identificazione approssimativa l’oggetto. Quindi, se si tratta di un volto, il cervello procede a distinguerne le parti (occhi, naso, bocca) e a elaborarne il contorno. Infine, si identificano le differenze individuali dei tratti e le espressioni del viso.

Una situazione particolare si verifica quando individuiamo nelle linee di un oggetto inanimato o in un paesaggio dei tratti simili a quelli di un viso umano, un fenomeno conosciuto come pareidolia, o illusione pareidolitica. Questa illusione ha ispirato artisti e fotografi, e anche celebri e fantasiose teorie sull’esistenza degli alieni, come nel caso del celebre “volto su Marte” ripreso dalla sonda Viking (rivelatosi un semplice gioco di ombre su un rilievo marziano in particolari condizioni d’illuminazione solare).

quella che per molti sarebbe l’immagine della Madonna, apparsa durante la messa del Papa in piazza S. Pietro, il 27 marzo 2020