La bufala dell’aumento del rischio sismico dopo la scoperta del magma nell’appennino meridionale
Molte testate ne hanno approfittato per titoloni e terrorismo mediatico, e anche altri sedicenti studiosi hanno immediatamente preso la palla al balzo, per collegare la cosa a sequenze in atto, ma vediamo di fare chiarezza
Redazione Blue Planet Heart
Tratto da www.ilfattoquotidiano.it e scienzeedintorni
Nei giorni scorsi, uno studio condotto da un team di ricercatori Ingv e del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia e pubblicato su Science Advances [qui l’articolo], ha scatenato una serie di articoli allarmistici anche su testate importanti a livello nazionale, oltre che nelle solite pagine complottiste in rete, secondo le quali ci sarebbe l’imminente nascita di nuovi vulcani o la possibilità di terremoti ” più forti” di quanto ci si immagini, nella zona di appennino dove è avvenuta la scoperta della fonte sotterranea di magma. Naturalmente negli ultimi giorni la stampa ha usato, ovviamente,termini più o meno apocalittici per descrivere i possibili scenari: si va dal rischio di eruzioni vulcaniche a quello di terremoti (naturalmente “disastrosi”).
Ma noi vediamo invece di fare chiarezza, con l’apporto scientifico del Geologo e blogger Aldo Piombino che ci spiega, come segue, la realtà dei fatti:
“il 29 dicembre 2013 un terremoto di magnitudo 5 si è verificato nella zona del Matese (Appennino sannita), seguito da circa 350 repliche. A gennaio 2014, dopo una settimana circa di calma piatta, si è verificata una ripresa dell’attività con un secondo evento di magnitudo 4.2. Questa sequenza presentava delle cose un po’ anomale:
– la sismicità era concentrata a profondità tra 10 e 25 km, quando la normale sismicità della catena è generalmente intorno ai 10 km, se non meno;
– gli ipocentri delle repliche sono migrati verso l’alto e si sono diffusi verso sud-est in pochi minuti;
– gli ipocentri raffigurano due ammassi simili a dita che circondano una zona asismica lunga circa 1,5 km, larga e spessa 2,5 km, con una forma simile a una diga;
– la sismicità dopo il secondo choc principale è rimasta confinata nel secondo lobo;
– il tutto era compatibile con un processo di rottura simile a quello osservato nella sismicità indotta dall’iniezione di fluidi.
Una sequenza del genere è quindi più simile ad una sequenza tipica di aree vulcaniche, dove la sismicità è generalmente associata a fessure piene di fluidi. Meritava dunque uno studio approfondito, a 360°.
Gli studi sulla sequenza sismica e la geochimica delle acque che sono stati presentati nel lavoro di cui si parla in questi giorni, hanno accertato senza ombra di dubbio che questa sequenza sismica è stata originata dalla iniezione di magma a circa 20 km di profondità. Per i particolari vi rimando ad un post sul mio blog Scienzeedintorni.
Ma questa scoperta indica qualche rischio vulcanico in più? Teoricamente sì, ma non per “oggi o domani”: questo magma (o un suo simile) potrebbe prima o poi arrivare in superficie, come è successo appunto nelle aree dell’Appennino caratterizzate da piccole manifestazioni vulcaniche diffuse in superficie o rinvenute nelle perforazioni a scopo di ricerca di idrocarburi tra l’Umbria e la Basilicata. Ma non è certo l’apporto di lave che c’è stato alla fine del 2013 quello in grado di modificare il quadro e la cosa avviene qualche volta ogni milione di anni, quindi è un rischio più teorico che reale.
Anche l’incremento del rischio sismico è abbastanza inesistente. In Appennino i terremoti fanno danni e vittime soprattutto a causa della pessima edilizia e perché si generano anche a meno di 10 km di profondità. Inoltre la magnitudo dipende molto dalla lunghezza del tratto di faglia che si rompe.
Queste intrusioni interessano zone più profonde: già questo diminuisce gli effetti superficiali di un eventuale terremoto. Ma soprattutto è difficile che si possano attivare piani di faglia così estesi da dare terremoti molto forti, anche se con lo stato dell’edilizia che c’è in Italia il rischio che eventi di questa entità e profondità possano provocare dei danni purtroppo esiste eccome.
Insomma, l’aggiunta del rischio sismico dovuto a questa nuova classe di terremoti risulta nell’Appennino assolutamente risibile rispetto a quello già dimostrato in epoca storica: basta guardare allo stesso Matese e confrontare l’evento del 2013 con i grandi terremoti che hanno interessato l’area negli anni 1349, 1456, 1688 e 1805.
Quello che è invece interessante di questo lavoro è la dimostrazione che l’intrusione di corpi magmatici può provocare eventi sismici anche in aree non direttamente interessate da attività vulcanica superficiale. Se fino ad oggi la sismicità delle catene montuose veniva interpretata come legata a cambiamenti di forze che le deformano e/o a cambiamenti nella pressione dei fluidi lungo le superfici di faglia, oggi le prospettive cambiano specialmente dove il rischio sismico tradizionale è poco elevato, soprattutto in catene mature che presentano una minima attività sismica residua. Ci sono inoltre possibili sviluppi nella ricerca sui magmi stessi: in tutte le catene derivate nella storia della Terra da vecchi scontri fra continenti troviamo delle rocce magmatiche (soprattutto intrusioni raffreddate a pochi km di profondità e oggi affioranti per l’erosione di quanto ci stava sopra) originatesi a scontro finito o quasi.
È dunque possibile che alla fine dell’attività tettonica questa energia vulcanica possa diventare protagonista e innescare eventi sismici importanti.

Le località dove affiorano prodotti dell’attività magmatica dell’appennino centrale